Contributo del Prof. Renato Cappelletto (*) e del Dott. Gabriele Toniolo (**)
(*) Professore Ordinario in Finanza Aziendale presso l’Università di Udine
(**)Dottore di Ricerca in Finanza Aziendale presso l’Università di Trieste
Le nuove esigenze di tutela del risparmio obbligano le banche con operatività internazionale
a dotarsi di sistemi sempre più sofisticati di misurazione, monitoraggio e copertura del
rischio di credito.
Da sempre la raccolta del risparmio presso il pubblico e l’impiego dei fondi raccolti
rappresentano una delle attività principali della banca. Per la banca il processo di raccolta
impatta in termini di costi, rappresentati dagli interessi (passivi) corrisposti ai risparmiatori,
mentre gli impieghi generano ricavi, rappresentati dagli interessi (attivi) maturati sui
finanziamenti verso economie in deficit finanziario.
Gran parte degli impieghi delle banche sono destinati alla copertura del fabbisogno
finanziario delle imprese, pertanto sulla banca impatta il rischio di default della controparte.
Il rischio di default, o rischio di insolvenza, rappresenta il rischio che l’impresa affidata
risulti incapace di far fronte agli impegni assunti di pagamento degli interessi e di
restituzione del capitale di credito.
Qualora l’impresa fosse insolvente, la banca si troverebbe nella difficile situazione di dover
recuperare il capitale erogato comprensivo degli eventuali interessi e spese, facendo leva
sulle attività dell’impresa e sulle eventuali garanzie a supporto delle operazioni in essere.
Sul recupero incidono molteplici variabili, come ad esempio il valore dei patrimoni aziendali,
la natura dei collaterali, i costi amministrativi sostenuti per l’espletamento delle azioni legali
(come i costi di contenzioso) ed il tempo necessario per concludere le operazioni.
Le azioni di recupero difficilmente sono in grado di garantire il totale rientro dei capitali, e
ciò produce perdite che, per la parte non coperta dal fondo rischi su crediti, incidono sul
patrimonio bancario in misura tanto più elevata quanto maggiore è la componente di perdita
inattesa (unexpected loss).
La solidità di una banca, e di conseguenza il suo grado di rating ed il suo valore di mercato,
dipendono dal rischio assunto sulle sue attività (rischio di credito, rischio di mercato, rischio
operativo, ecc.).
Ne deriva che i rendimenti attesi dai risparmiatori, su i certificati di deposito; i depositi a
risparmio; i pronti contro termine; le obbligazioni, dovrebbero risentire del rischio implicito
dell’operazione.
Dato che i tassi pagati normalmente dalle banche sulle operazioni di raccolta sono limitati,
prossimi al risk-free, ne deriva che il rischio sottostante all’operazione dovrebbe tendere a
zero.
Il Comitato di Basilea, nel documento definitivo sulla regolamentazione bancaria
internazionale, obbliga le banche attive a livello internazionale di dotarsi di un patrimonio
minimo maggiormente sensibile al rischio rispetto a quanto previsto dal precedente accordo
del 1988 noto come Basilea 1.
È espressamente indicato, infatti, che il nuovo schema regolamentare “… si applicherà su
base consolidata alle banche con operatività internazionale. È questo il modo migliore per
preservare l’integrità patrimoniale di una banca con filiazioni, eliminando le duplicazioni nel
computo delle risorse di capitale”.
Per quanto concerne la difesa dei piccoli risparmiatori, il Comitato specifica gli intenti
nonché gli obblighi previsti per le autorità di vigilanza di ciascun Paese aderente al nuovo
Accordo stabilendo quanto segue: “Poiché uno dei principali obiettivi della vigilanza è la
tutela dei depositanti, è inoltre essenziale assicurare che il capitale riconosciuto ai fini del
calcolo dell'adeguatezza patrimoniale sia prontamente disponibile per proteggere tali
depositanti. Le autorità di vigilanza dovranno pertanto verificare che le singole banche siano
adeguatamente capitalizzate su base individuale”.
Le conseguenze delle novità introdotte in ambito bancario, si avranno in particolar modo nel
rapporto banca-impresa. È qui, infatti, che il concetto di rischio produrrà impatti rilevanti.
In realtà i primi effetti sono già evidenti. Essendo previsto che le banche devono strutturarsi
per tempo, i grandi gruppi hanno già iniziato a selezionare la clientela meritevole di credito
e quella non meritevole. Non solo, le politiche di pricing, sui tassi di interesse saranno, come
ovvia conseguenza, maggiormente sensibili al rischio rispetto a quanto avveniva con la
vecchia disciplina.
Nuovi scenari si aprono sul mondo delle imprese, e soprattutto sul modo di fare impresa.
Certamente il concetto di “rischio” assume una valenza predominante, e ciò obbliga
l’imprenditore ad una presa di coscienza su di un concetto spesso distante dalla sua filosofia
operativa.
Ad ogni impresa sarà infatti associato un rating, ossia un giudizio sul merito creditizio
dell’impresa e quindi sul suo grado di rischio implicito.
Le imprese più rischiose avendo giudizi (rating) negativi saranno costrette a pagare tassi di
interessi più elevati e, in alcuni casi, potrebbero trovare difficile l’accesso al credito.
Le imprese più meritevoli, invece, scaricando meno rischio sulla banca, godranno di un
sistema di pricing più favorevole e quindi meno oneroso.
La scommessa aperta da Basilea si gioca quindi soprattutto sugli equilibri patrimoniale,
finanziario ed economico che un’impresa dovrebbe essere in grado di soddisfare per godere
di un buon rating.
Con l’equilibrio patrimoniale si cerca di valutare le scelte dell’impresa relativamente al
corretto utilizzo delle fonti di capitale nella copertura dei fabbisogni finanziari. Così un’impresa può essere definita equilibrata patrimonialmente se utilizza fonti di capitale a
lenta o nulla rotazione come il Capitale Proprio (capitale dei soci) ed il Capitale di terzi a
medio lungo termine (mutui, obbligazioni, finanziamenti soci onerosi, ecc.) per la copertura
degli investimenti a lenta rotazione definiti fabbisogno di Capitale Fisso (Immobilizzazioni
di gestione), e fonti di finanziamento a veloce rotazione, detto anche capitale di terzi
rotativo (anticipi fatture, s.b.f., scoperto di conto corrente, ecc.), per la copertura degli
investimenti a veloce rotazione noti come Capitale di Giro (fabbisogno creato per effetto
dello sfasamento tra pagamenti e incassi e determinabile come differenza tra i ritardati
incassi, rappresentati da crediti di gestione e magazzino, e ritardati pagamenti, rappresentati
dai debiti di gestione).
La somma di capitale fisso e capitale di giro identifica il fabbisogno complessivo
dell’impresa noto come capitale investito, mentre la somma del capitale proprio e di quello
di terzi (a lenta e a veloce rotazione) rappresenta le fonti di capitale complessivamente
investite in impresa.
Uno scorretto utilizzo delle fonti aumenta il rischio dell’impresa, in quanto si potrebbero
verificare in futuro tensioni finanziare e quindi il rating è basso.
E’ importante ricordare che, qualora esistessero investimenti estranei alla gestione
caratteristica (cosiddetti “Extragestione”) questi dovrebbero essere coperti interamente con
mezzi propri. Ciò significa che a copertura del capitale fisso rimane solo quella parte di
capitale proprio che residua dopo la copertura dell’extragestione. Il grado di equilibrio
patrimoniale può essere valutato attraverso l’utilizzo di un indicatore chiamato “Coefficiente
di Copertura delle Immobilizzazioni” e calcolato come segue:

Potremmo dunque definire un’impresa equilibrata patrimonialmente se questo indicatore
supera il 100% e il Capitale Proprio è maggiore del 50% del Capitale Fisso.
Con l’equilibrio finanziario, invece, si valuta il grado di indebitamento finanziario
dell’impresa.
Più alto è il rapporto tra capitale di terzi e capitale proprio più elevato si mostrerà il rischio
aziendale in quanto un eccesso di indebitamento rende l’impresa vulnerabile in caso di crisi
economica e quindi peggiore sarà il suo rating.
Il grado di equilibrio finanziario può essere studiato attraverso l’utilizzo di un indicatore
chiamato “Coefficiente di Indebitamento” e calcolato come segue:

Per la realtà italiana, potremmo definire un’impresa, piccola o media, equilibrata
finanziariamente se questo indice è inferiore a 3.
Con l’equilibrio economico, infine, si cerca di valutare la capacità dell’impresa di generare
margini adeguati per remunerare il costo delle fonti di capitale.
Il grado di equilibrio economico può essere evidenziato confrontando la redditività operativa
dell’impresa, ottenuta come rapporto percentuale tra margine operativo netto e capitale
investito (il ROI), con il costo del capitale di terzi, ottenuto come rapporto percentuale tra
oneri finanziari e capitale di terzi totale

Il margine operativo netto (o MON) rappresenta infatti la differenza tra il fatturato ed i costi
operativi ossia i costi sostenuti per l’acquisto delle materie prime, dei servizi e del fattore
produttivo lavoro più gli ammortamenti. Esso è il margine più importante per l’impresa
essendo stato generato con la gestione tipica ed essendo destinato a remunerare i soggetti
finanziatori (terzi e soci). Questi ultimi infatti mostrano nei confronti dell’impresa un’attesa
di remunerazione coerente con il rischio che sopportano; non a caso un peggioramento della
classe di rating produce un aumento del tasso di interesse passivo sui finanziamenti bancari.
L’attesa di remunerazione viene comunemente definita costo delle fonti di capitale capitale.
La redditività percentuale del capitale investito viene definita ROI (Return on Investment)
mentre il costo sul Capitale di terzi viene identificato dal tasso i%.
Il grado di equilibrio economico è positivo se il ROI è maggiore di i%, e cioè se la redditività
sul capitale investito riesce a far fronte al costo del capitale di terzi. Minore è la differenza
tra ROI e i% (o negativa), e più elevato sarà il rischio aziendale e dunque minore sarà il suo
rating.
Il nuovo Accordo di Basilea 2 trasformerà radicalmente il panorama finanziario e creditizio
nazionale. All’interno delle banche nuove logiche saranno applicate nei processi di analisi
del rischio, di copertura patrimoniale e di pricing. Le imprese nel corso degli ultimi periodi, e
soprattutto in futuro saranno oggetto di un’analisi molto più accurata che condurrà ad una
selezione naturale delle imprese meritevoli rispetto a quelle non meritevoli.
Così il canale del credito sarà precluso a tutti quegli imprenditori incapaci di gestire
l’impresa secondo logiche di efficienza e nel rispetto degli equilibri patrimoniale, finanziario
ed economico.
Il tasso applicato dalla banca sarà sempre più correlato al rating dell’impresa e dunque alla
sua rischiosità.
Essendo il processo in atto particolarmente selettivo, le imprese non equilibrate dovranno,
nel brevissimo periodo, cercare di migliorare il più possibile la propria condizione.
Considerato che il problema è di non facile soluzione, le stesse necessitano di un valido
supporto in termini consulenziali.
Tanto migliore sarà la conoscenza che l’impresa avrà sul proprio stato di salute quanto
maggiori saranno le possibilità che essa avrà per poter ridurre innanzitutto la sua rischiosità
e, di conseguenza poter ottenere un costo minore sul capitale preso a prestito.
A tal proposito si deve considerare il fatto che la maggior parte delle imprese italiane non
sono pronte ad affrontare questo radicale mutamento.
La causa di questa inadeguatezza è attribuibile alla scarsa attenzione che le imprese hanno
dato a concetti quali budget, business plan, modelli di analisi economico - finanziaria,
modelli previsionali, etc.
Il risultato di questa mancata attenzione ai sopraccitati strumenti di analisi e controllo dello
stato di salute dell’impresa è la quasi completa assenza di una cultura aziendale ed
imprenditoriale improntata ad uno sviluppo equilibrato, ovvero di una conduzione
d’impresa attenta non solo agli aspetti meramente produttivi ma anche a quelli economico,
finanziari e patrimoniali. E’ per questo motivo che con l’introduzione del nuovo Accordo di
Basilea 2, le imprese potranno trovarsi in difficoltà persino nell’individuare canali di
erogazione del credito che siano disposti a prestare denaro.
La soluzione ai sopraccitati problemi può arrivare soltanto da un’attenta analisi degli
equilibri e quindi da una approfondita attività di autodiagnosi volta a ricavare importanti
riferimenti sul livello di rischio “storico” e, quindi, utili suggerimenti per la pianificazione
delle strategie future da intraprendere.